Inizio delle neurolezioni, tra nuove facce e nuove aule, un libretto intonso, una nuova foto sul badge. E non poterci credere, e rendersi conto che ho saputo aspettare qualcosa, e aspettarlo per tre anni, ho saputo attendere, pazientare. Ho mirato per tre anni e ora che ho sparato non ci posso credere, di aver fatto centro.
Convivenza in un monolocale, tra zuppe e tacchini alle 8 di mattina, un materasso per terra, un ferro da stiro, l'indipendenza.
Schiena spezzata nei weekend di pizze ai tavoli e tasti da insegnare.
Aperitivi e terrazzi, e una Milano che sa sorprendere tra via Torino e porta Genova, e il 15, e ti vorrei sollevare, vorrei volare su ali di carta con te, senza più paure, per la prima volta senza barriere, nascosta nell'impossibilità di averne e persa nell'assoluta impossibilità di saperle sorreggere. Così crollano. E respiro vento. E sono vento.
Il tutto in un rebemolle che sfuma in minore mentre la sera scende su piazzale Loreto.
Pelle, occhi, dita su tasti di cellule. Senza sapere per quanto sarà, fino a che punto, per quanto ancora. Bianco e nero in dissolvenza. Bianco di pareti, bianco come il bianco di vicoli stretti com'è stretta una maglietta bianca, bianco d'avorio, bianco di quadro bianco, bianco di uno sfondo, bianco di un intorno. Nero di occhi, nero di cotone, nero a coprire, nero di occhi chiusi, nero l'ebano di rebemolle, color nero notte insonne. Respirare primavera e poi estate fino a deglutirle. Passi che tremano e le mani con loro. Odore di mare, campi di arance arancioni d'un letto arancio. Pelle d'oliva, succo da mordere. Libri a scorrere parole che scorrono frasi che scorrono vita di chilometri macinati, vino sulle papille, luce nelle pupille. Punte, scintille. Sulle punte delle dita, sulla punta della lingua, sulla cima di un vulcano. Assaporo i profumi, inspiro i sapori tra le dita. Scivolo su un bacio, ma non inciampo: prendo il volo.

24 Settembre 2009. Dottoressa. 110/110.
In sordina, come è giusto che sia, perchè è ora che comincia tutto. Tesi riuscita, colpita e affondata. Mentre l'inaspettato si fa beffa dei miei calcoli, col sole di settembre e il profumo d'erba tagliata e di campi, con i volti di una metro che sbatte e ribatte sui binari, mentre prendo sulle scale ciò che mi viene dato, sentito, sudato. Con un cocktail in mano e due occhi che dall'asilo. Un sorriso cercato, la fronte stanca, il mento appoggiato, la pelle, gli incroci, le voci, lo sento, si sente, che un po' si va avanti, a stringere i denti, gli occhi diamanti, le strade, i ponti, l'asfalto, le sorti, i capelli più corti.
Consegnate tre copie della tesi, la quarta è per me.
Corsa liberatoria, birra sul prato, fine.
Respiro.
Violoncello nella Sera di Bougereau [e tutto ciò che ne consegue è solo vita che entra dentro].
Stasera è caduto da una busta il numerino dell'immatricolazione risalente al settembre di tre anni fa. Sì, il numerino, tipo quello del panettiere, perchè quel giorno ci si immatricolava in tanti e c'era coda in aula Aristotele, che poi sarebbe diventata la mia aula, terza fila posto a destra. Quel giorno ho preso il numerino, e ho risposto ai vari didovesei, posizioneingraduatoria, complimentibenvenuta, poi mi hanno fatto la foto in stile guardaqui-dove?-fattograzie; foto che giustamente è finita sul badge passato ogni mattina nelle apposite macchinette per segnalare che ero lì, presente, "entrata". Mi ero completamente dimenticata dell'esistenza di quel numerino, A74, d'altronde che senso avrebbe avuto ricordarselo.
Domani consegnerò quel badge. E insieme a quello il libretto con 29 esami. E insieme a quello una tesi triennale, che non è niente di che, che è solo una tappa, che non sarà eccellente.
Ma sarà in seta rossa, con una scritta oro, e sopra ci sarà scritto: "La musica dalla prospettiva delle neuroscienze: uno studio EEG sui correlati neurali dell'empatia musicale".
Mai le tag musicamusa e piccolineuroscienziaticrescono avrebbero potuto stare bene come ora, insieme, nello stesso post.
La tastiera di un pianoforte come assone neuronale. La mielina è la musica. I nodi di Ranvier i miei alti e i miei bassi, la mia conduzione saltatoria, gli alti e i bassi delle ottave. Le sinapsi ciò che c'è, i neurotrasmettitori ciò che fa. Il corpo cellulare ciò che sono, e pulso in tempo ternario di millisecondi. Tra serotonina e dopamina, tra umore e soddisfazione, tra bianco e nero, tra me e me.
Musica e neuroni, no?
Ci sono cose che non è che si riesca poi così bene spiegare, come il mettere la firma al matrimonio di un papà vestito elegante e di una sposa bella, e tutto quello che c'è dietro lo sai tu. Come il tempo che passa, i rapporti che mutano e il soffrirne la notte, chi non c'è, e vallo a spiegare come ci si sente a mettere i fiori freschi su quella tomba. Non si spiega ed è giusto così. In silenzio. Tanto della matita blu riesce comunque a contornare gli occhi di una decisione apparente. Tanto adesso la casa è un'altra casa, con pareti nuove, una dispensa piena di cibo, una cucina abitata, un armadio di vestiti indossati, con mobili di foto spolverate. Tanto chi ha dodici anni adesso non ha i tuoi dodici anni e può fare i capricci, dire di no, in definitiva avere dodici anni. Tanto quel papà è lo stesso sì, ma è un po' diverso. Tanto le persone presenti negli ultimi anni tutt'un tratto possono sparire e non è il caso che tu te ne stupisca, dicono che vada così. Tanto sei bella, brava e buona e tutti si aspettano che tu continui ad essere bella, brava e buona; vallo a spiegare che la bellezza è altro, la bravura non è mai abbastanza e la bontà è solo rispetto per tutto ciò che ti circonda, e tutto ciò che è sempre stato solo tuo diventa ancora sempre più tuo. Un po' come sentirsi soli, sorridere al vento, respirare la vita.
Nella convinzione che tutto possa ancora stare nelle mie mani, tra le mie dita al punto da comporlo, correggerlo, suonarlo; nella volontà di non categorizzare, né banalizzare, né giudicare mentre chiudo gli occhi per non appannarli; nei sogni per il mio futuro, nella fiducia verso le mie capacità e i miei limiti, nel sacrificio che verrà, mi traccerò nell'aria di questa nuova era, lasciando che sia eternità. E temporale. E di passione.
Domani, dopo sei anni, all'inizio del settimo anno di pendolarismo compulsivo, chiederò all'edicolante della ridente stazione del mio altrettanto ridente paese l'ultimo_l'ultimo_l'ultimo_l'ultimo_l'ultimo_l'ultimo_l'ultimo_l'ultimo_
l'ultimo_
lo/
(enjambement)
ultimo
abbonamento mensile.
E ho cominciato a dare ripetizioni di statistica.
Dite ad Epimenide e Russel che i loro paradossi non erano poi così entusiasmanti. Mentre mi sciolgo in pomeriggi di sole e brezze più fresche, tra conclusioni di tesi, vicoli stretti, scatti. Scatto. Pronti, partenza,
(enjambement)
via. (Moto da luogo, per luogo, per me).